La ricerca di Francesco Guida ci presenta la triste vicenda del Fratello Giacomo Piazza:

 

Questa è la storia emblematica quanto sconosciuta di un ebreo e massone italiano, Giacomo Piazza, che conobbe gli onori profani e massonici nella sua giovinezza, isolato e misconosciuto nella maturità, perseguitato e assassinato da anziano.
C’è da ricordare che la Massoneria e l’Ebraismo hanno varie affinità in comune, tant’è che secondo il famoso rabbino di Livorno Elia Benamozegh (1823-1900), “Lo spirito della Massoneria è lo spirito del giudaismo nelle sue credenze più fondamentali: sono le sue idee, è il suo linguaggio, è quasi la sua organizzazione”.
Nato ad Ancona il 16 gennaio 1873 da una antica famiglia ebrea risalente al 1400, dopo la laurea in Giurisprudenza prestò nel 1895 il servizio di leva come Sottotenente di complemento nella “Brigata Casale” del xii Reggimento Fanteria di stanza a Cesena; però essendo figlio primogenito di madre vedova venne presto posto nella riserva e congedato [...]


Enzo Motta valuta le influenze dell'ambito islamico sullo sviluppo dell'esoterismo in occidente:

 

Ho sottotitolato questo mio scritto “Avventure del pensiero” in quanto questa espressione mi ha un po’ preso la mano costringendomi a una premessa tanto doverosa quanto “corposa”. In tanti anni di studi esoterici sono arrivato alla conclusione – peraltro largamente condivisa – che il Pensiero è la principale, se non l’unica, realtà all’interno della manifestazione che rende l’uomo partecipe del divino; è quello che permane oltre il tempo ma che comunque, pur se immateriale, lascia con le sue applicazioni sulla materia, tracce indelebili nella manifestazione. Un esempio eclatante è l’Alchimia che, nata millenni addietro – segni ne troviamo nell’Egitto ellenistico, ma anche molto prima – come ricerca del sé attraverso le trasformazioni dell’io, come riconosce Jung, in contatto con la materia, è diventata anche una scienza pratica dai risultati incalcolabili [...]

Tages narra di come il mito del Diluvio Universale possa essere forse memoria di un evento realmente accaduto:

 

Mircea Eliade, uno dei principali studiosi di Antropologia e Storia delle religioni del secolo scorso – e che non ha certo necessità qui di presentazioni – con le sue opere ci spiega nel dettaglio i meccanismi di nascita e funzionamento del trinomio Simbolo/Mito/Rito che è alla base dello studio e della comprensione della Tradizione e dei suoi eterni valori.
A sua volta l’illustre studioso e Fratello ungherese Károly Kerényi, filologo classico e storico anch’egli delle religioni, ci ricorda come il mitologema sia l’elemento base di un insieme di materiale mitologico che venga continuamente rivisto, plasmato e riorganizzato, ma che – nella sua essenza – mantenga di fatto la stessa storia, lo stesso racconto, la stessa narrazione primordiale. Il mitologema è quindi definibile come modello archetipico che, arricchito da elementi propri di questa o quella cultura, attraverso uno o più Simboli, anche narrativi, dia origine al Mito che successivamente si continua a riproporre e riattualizzare attraverso il Rito
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Maria Gabriella Ferraro ci porta il confronto fra due realtà completamente diverse, ma con le stesse radici:

 

Filadelfia la città dell’utopia, la sua bellissima piazza, i palazzi storici con i portali originali, le corti, i ruderi di Castelmonardo. Filadelfia tra mare e monti. Filadelfia la città dell’acqua pura, il balcone sul golfo e sulle Eolie. Filadelfia le tradizioni, i riti, la musica. Così recitava uno spot della città per la promozione del territorio (Regione Calabria Pac 2007/2013). Perché città dell’utopia? La convergenza tra le idee illuministiche della nobiltà baronale, la democrazia partecipativa dei cittadini e il contributo del clero locale, fu alla base del progetto Filadelfia, una città ispirata ai princìpi liberali che richiama nel nome e nel disegno la Philadelphia dello stato americano della Pennsylvania. Il Vescovo Serrao volle chiamarla così “affinché gli abitanti si ricordassero sempre della loro origine greca e rammentassero e imitassero le virtù dei loro antenati e soprattutto si amassero come fratelli e amici, non solo tra di loro, ma nutrissero lo stesso sentimento per tutti gli uomini”.
Personaggio di estremo interesse nella storia di Filadelfia è stato il vescovo Andrea Giovanni Serrao [...]

Luigi Pruneti propone una verisone in latino del Rituale di Apprendista tradotta a suo tempo da Alessandro Vismara:

 

Il latino è una lingua d’origine indoeuropea già in uso nelle popolazioni che abitavano il Latium vetus, una zona ristretta che andava dai Colli Albani al Palatino. Tale idioma subì l’influsso dell’etrusco e dell’osco-umbro. Dal primo derivarono alcune parole fra le quali populus, taberna, catena, histrio (attore), subulo (flautista), persona (maschera), satelles (guardia del corpo); dal secondo, diversi nomi di animali come bos, ursus, lupus.
Influenze ancora maggiori il latino arcaico le subì dal greco, parlato nelle colonie della Magna Grecia, dal quale desunse l’alfabeto e numerosi ètimi.
La lingua originaria di Roma si differenziava da quella successiva, più evoluta, per differenze evidenti nella fonologia, nell’ortografia, ma anche nella grammatica. Nel latino arcaico, infatti, i casi delle declinazioni erano sette e non sei, essendoci anche il locativo che poi venne inglobato nell’ablativo. Si trattava, perciò, di una lingua diversa rispetto a quella più conosciuta, tanto che alcuni documenti antichi, quali il Lapis niger (550 a.C.), e il Senatus consultum de Bacchanalibus (186 a.C.), risultano difficilmente comprensibili per chi non abbia una preparazione specifica
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