Alessia Ottomanelli - esoterica erudita - ci parla del Linguaggio, della comunicazione e delle loro implicazioni:

 

Cercando di definire la questione relativa alla lingua, alla necessità di normare e ritrovare caratteri universali per definire tutte le cose sotto il cielo di cui niuna è nuova, come è scritto nel Qoehlet, ci si imbatte primariamente in una domanda: a quale scopo ricercare i caratteri di un protolinguaggio che sia stato madre di tutte le lingue confusesi col mito della torre di Babele in Genesi?
La questione diviene ancor più rilevante se consideriamo Jacques Lacan, celeberrimo psicanalista freudiano, il quale afferma che il nostro inconscio è strutturato come un linguaggio, partendo dal presupposto che il sé non esiste se non nella misura in cui è servo di un discorso e che la prima delle principali regole che caratterizzano il nostro linguaggio interiore è la metonimia [...]

Giovanni Battista Arnone analizza per noi la complessa simbologia del Drago:

 

Solo col Cristianesimo questo simbolismo diviene l’espressione del Male, in quanto non riuscendo a modificarlo o distruggerne il forte significato, si era preferito demonizzarlo. Il Drago è sempre stato accomunato al simbolo di fecondità, di Nascita e Morte, Inizio e Fine. È rappresentato nel medioevo dall’Ouroboros, serpente o drago che si morde la corda, motivo principalmente utilizzato nelle operazioni d’Alchimia, simbolo di trasmutazione della Materia grezza.
Esprime l’idea che la Fine e l’Inizio si compenetrano, fanno parte l’uno dell’altro, così che esprimono l’idea della trasformazione, dell’evoluzione, della Grande Opera Alchemica applicata sia alla materia bruta che all’Individuo. Presso le popolazioni Celtiche rappresentava la reminiscenza e la proiezione del Mentale. Nonostante questa demonizzazione il drago lo troviamo spesso rappresentato sulle chiese cristiane, a partire dal Duomo di Milano e dal simbolo stesso dello stemma dei Visconti. [...]

OMTI presenta ai lettori l'Oriente di Taranto, ad oggi una delle realtà di spicco della Comunione:

 

Tra le molte realtà significative e presenti nell’Ordine Massonico Tradizionale Italiano, sicuramente spicca Taranto. Qui convivono ben tre Logge operanti in due Case massoniche, ciascuna dotata di un proprio Tempio distinto. Nella Città dei due mari ancora aleggia e si avverte

– netta – la cifra della Magna Grecia, dei suoi Riti e Culti, dei Templi e delle divinità dormienti nei suoi ipogei, necropoli e cripte. Tutto questo trova la sua testimonianza nelle sale del MarTa, il museo archeologico di Taranto e nelle due imponenti colonne appartenenti a un tempio dorico, poste all’ingresso dell’odierna città vecchia, un tempo l’Acropoli: esse sembrano quasi rappresentare le colonne portanti della Storia e della Cultura della città stessa.
Dotata di una eccezionale stratigrafia storica che si incrocia con le brezze marine che spesso la sferzano, Taranto è città dalla assoluta vocazione marina, testimoniata anche nello stemma civico, il quale raffigura Τάρας, figlio di Poseidone[...]

L'Autore ci presenta le dodici tavole del Pretiosissimus Donum Dei, capolavoro alchemico del XV secolo:

 

Nell’infinita galassia dei testi alchemici, sicuramente uno dei più noti, anche perché finemente illustrato, è il Pretiosissimum Donum Dei di Georges Aurach, alchimista della antica città di Strasburgo, adagiata sulle rive del Reno. Esistono oltre sessanta manoscritti del Donum Dei e il più antico risale al Quattrocento. Il testo è comunemente attribuito a tale Georges Aurach d’Argentine [o Anrach di Strasbourg] e datato 1475, anche si ha notizia della sua attività sin dal 1470. Scrisse un trattato sulla Pietra filosofale, il De Lapide philosophorum, qui de antimonio minerali conficitur, dato alle stampe molto più tardi nel 1686. Lenglet-Dufresnoy gli attribuisce anche un’opera allegorica, il Jardin of richesses. Del Pretiosissimum Donum Dei si trovano versioni in latino, tedesco, francese e italiano e una in inglese, [MS Harley 6453, British Library].
Il Fulcanelli cita Aurach nel suo I Misteri delle Cattedrali: “Ci mostra un matraccio di vetro, riempito a metà di liquido verde  [...]

Maria Concetta Nicolai, antropologa e studiosa della Tradizione, ci propone una fine esegesi del topos letterario dell'Arcadia:

 

La Arcadia è, nell’immaginario collettivo, una terra primitiva, evocante con i suoi boschi e le sue caverne le cacce antiche di Artemide e delle sue Orse. Gli Inni omerici la dicono “irrigua di fonti, nutrice di greggi”, ma anche luogo prediletto da Zeus, per i suoi amori notturni da cui derivano Ermes e Pan. Il primo è figlio di Maia, la “Ninfa dai riccioli belli” e – nato sul far del giorno – è già pronto a stupirci con la costruzione della cetra, “il giocattolo caro, di cui le corde ad una ad una percosse col plettro”.
Tutte le voci d’Arcadia, da quel momento, trovarono il canone armonico sulle sette corde che accompagneranno i poeti dagli Idilli di Teocrito alle Bucoliche di Virgilio, dal Ninfale Fiesolano di Giovanni Boccaccio alla Fabula d’Orfeo di Agnolo Ambrogini, detto il Poliziano, dall’Arcadia di Jacopo Sannazaro all’Aminta di Torquato Tasso e al Pastor Fido di Giovan Battista Guarini, fino a diventare con Gian Battista Marino, Gabriello Chiabrera, Guidobaldo Bonarelli, Pier Jacopo Martello e le tante Accademie pastorali, un tòpos letterario [...]